365 giorni senza di te, senza di noi. Domani sarà il trecentossessantaseiesimo e sarà un nuovo inizio. Un nuovo anno e una nuova vita in cui il ricordo dell’anno precedente non sarà intriso di te.
Succede così. Quando una persona non c’è più, dal giorno della sua scomparsa, devono passare 365 giorni in cui il ricordo dell’anno precedente ti porta a ore, momenti, eventi condivisi, in cui la persona c’era e in cui il ricordo ti costringe a fare i conti irrimediabilmente con l’assenza. Non che dopo, passati i 365 giorni, l’assenza non si senta o si senta meno, ma i ricordi sembrano staccarsi dal calendario e vanno in autogestione, emergono con consapevolezza, non come trappole che le ricorrenze nascondono sotto la patina della festa. I 365 giorni trascorsi mettono una sorta di cuscino paracolpi tra te e il passato.
Il 7 gennaio di un anno fa ti ho dato la buonanotte per l’ultima volta e sono iniziati così i primi trecentosessantacinque giorni ‘senza’.
L’11 giugno del 2025, ad esempio, il giorno che sarebbe stato il tuo compleanno, ho pensato all’anno precedente. Alla festa che non ti ho fatto perché l’avevamo fatta qualche giorno prima. ‘Non si festeggia il compleanno in anticipo: porta sfortuna!’. Lo so, me lo sono ripetuta più volte, chissà se con quel ‘prima’ ho innescato la fine. Poi la razionalità torna e riprende forma la consapevolezza che non ho innescato nulla, men che meno con un momento di gioia e di festa. La festa del tuo compleanno, celebrato insieme alle tue amiche più care e all’unico pezzetto di famiglia che con tenacia sono riuscita negli anni a tenere agganciato, seppure forzatamente e seppure con un filo di seta pronto a spezzarsi ogni volta. Abbiamo festeggiato ‘prima’ perché l’11 non cadeva di domenica e il week-end dopo sarei andata al mare con le amiche. Tenere tutto insieme, il mio mantra da sempre. Le foto di quel pranzo, nella nostra solita pizzeria dove sapevo che ci avrebbero accolti con la cura necessaria per te, sono conservate lì nel telefono e nella memoria. Tu sorridente, anche se non completamente soddisfatta: la pasta troppo poco cotta, la birra non buona come sempre, le solite cose che non mi passavi mai e che sembravano ripetermi sempre che non ero mai abbastanza per te.
Però la foto della festa che ti hanno fatto al Ducale mi fa compagnia sulla scrivania. La festa dei compleanni di giugno, con la torta di cartone e la candelina da soffiare. Quel sorriso e quello sguardo felice, stupito, pieno di gioia. Un regalo che ho ricevuto con immensa tenerezza nei giorni del ‘dopo’. Spesso viene coperta dalle mille cose che affollano il mio spazio di lavoro, appunti, cartoline prese alle mostre, oggetti ricordo, ma periodicamente la scopro, la guardo e sorrido.
Poi le vacanze e il mio compleanno. Festeggiato ricordando l’anno dei 50, celebrati a New York, in una vacanza meravigliosa ma organizzata, programmata e vissuta sempre con il timore che tu potessi stare male e avere bisogno di me, mentre io ero di là dall’oceano. Non me lo sarei perdonato. La sensazione di libertà che ho provato quest’anno, pur non godendone pienamente perché sempre a poca distanza da casa, mi ha fatta essere consapevole che la fortuna ogni tanto assiste gli audaci e non aver rinunciato a quel viaggio, nonostante i timori, è stata la scelta giusta.
‘Che begli occhi che hai’. E’ stata l’ultima, o una delle ultime cose che mi hai detto. Dal letto in cui eri ormai confinata, mentre ti stavo accanto in piedi, risistemando le coperte, cercando di dare ordine là dove l’ordine non c’era più, mi hai fissata e mi hai salutata così. I miei occhi, che non erano i tuoi, cerulei, algidi, ormai opachi, erano lì a vegliarti. Non ti guardavano sai mamma, non volevo ricordare nulla di quei momenti, cercavo di mettere una distanza tra il mio sguardo e le cose, ero terrorizzata che mi si appiccicassero immagini, suoni, odori che mi sarei portata dietro. Cercavo di guardare oltre, vedere l’essenziale, ricordare l’indispensabile. Mi sono aggrappata alla vita, mentre tu la abbandonavi. Forse era proprio quello che hai visto nei miei occhi, castani, caldi, brillanti e che aveva lasciato i tuoi ormai da giorni. Mi è tornato in mente in uno di questi 365 giorni ‘senza’. All’improvviso, mentre mi guardavo allo specchio. Senza preavviso e ho sorriso.
Poi è arrivato Halloween e il ricordo dell’ultima occasione in cui sei stata almeno un po’ felice e abbiamo sorriso insieme. Le foto sono ricomparse, riproposte dai social e sul telefono, ed è stato bello, seppure doloroso, tornare a quella festa. Piena di bambini in costume che ti hanno fatto brillare gli occhi. Quanto eri colpita dai costumi, dalla bellezza dell’infanzia, dalle facce rotonde di chi ha accumulato ancora pochi anni e pochi debiti con la vita. Il ricordo si colora di suoni e risate e le nostre facce immortalate dai selfie, la mia truccata a festa, la tua ancora piena di vita, sono una traccia perenne di ciò che è stato e di uno dei ‘non trascurabili momenti di felicità’ con cui ti ho ricordata nel giorno del tuo saluto.
Poi è arrivato il periodo natalizio e lì il ricordo ha fatto male. Il sorriso che si è spento, l’impossibilità e il rifiuto di mangiare, il dolore fisico, l’assoluta caparbietà con cui hai deciso, hai abbandonato le armi e hai scelto l’attesa inerme. Giornate faticose, alcune terribili, dolorose, ma necessarie. Chissà se non avessi anticipato la festa del tuo compleanno…Magari… Sciocchezze piene di superstizione perché davanti al dolore la mente vacilla e cerca conforto. Pur nella consapevolezza di aver fatto del mio meglio, mi sono avvicinata al 7 gennaio con un peso sul cuore. E anche quando la mente resiste, razionalizza, il corpo è come fosse fatto di plastilina e conservasse tutti i segni della sofferenza e li rigettasse. Mi era già capitato molti anni fa, trascorso un anno dalla nascita di Pietro e dal suo ricovero per meningite, nella ricorrenza di quei giorni ho sofferto di mal di testa e respiro corto, senza apparente causa fisica. Ciò che la mia mente non ricordava o tentava di non ricordare, il mio corpo lo ricordava benissimo e, alla sua maniera, me lo riproponeva per permettermi di andare oltre. Così sono alcuni giorni che il sonno fatica ad essere tranquillo e la concentrazione pecca di costanza. Pensare di passare attraverso esperienze dolorose senza portarne i segni è sciocco e poco lungimirante. L’assenza di cicatrici visibili non corrisponde all’assenza di cicatrici profonde che necessitano altrettanto tempo per guarire, sgonfiarsi, perdere il tipico rossore di quando sono appena fatte e diventare parte della pelle in modo naturale.
E così sono sopravvissuta ai primi 365 giorni ‘senza’. I miei primi trecentossesantacinque giorni da orfana, senza più un ‘prima di me’ a ricordarmi la mia origine, la mia nascita, la mia infanzia. Ho dovuto fare i conti con una mancanza nuova, perché la mancanza di te l’ho lungamente provata negli anni, frutto di un rapporto complesso, talora difficile, ma anche frutto di un deperimento fisico e mentale che sfrangiava i pezzi. Ora la mancanza è piena di realtà, priva di possibilità che, per quanto remote uno comunque coltiva finché c’è un corpo a cui aggrapparsi, priva però anche di dolore per ciò che avrebbe potuto e non è stato. La morte mette un punto, solenne quanto decisivo e ti obbliga a fare i conti con un presente assoluto. Mi manchi mammola, mi manca l’accudimento che ho praticato per anni nei tuoi confronti, imperfetto e talvolta forse insufficiente ma il migliore che potessi offrirti, mi manca poterti rendere felice raccontandoti dei tuoi adorati nipoti, mi mancano le tue mani da stringere, mi manca essere ‘la tua mamma’.
Con tutto l’amore del mondo.